don Giuseppe Perego

(1906-1907)

La sua presenza in S. Michele fu di brevissima durata.

Rimase alla guida dell'oratorio maschile come primo coadiutore per meno di un anno.

Di lui si ricorda la grande pazienza d'animo nell'accudire i suoi fanciulli.

don Giovanni Bocca

(1907-1915)

Sin dal suo ingresso in Parrocchia, si mise con grande slancio al lavoro di organizzazione dei giovani e degli uomini,riuscendo in breve ad accaparrarsene l'affetto che gli permise di fare di essi dei cristiani ferventi.

Sotto la sua guida amorosa, ma ferma, il Circolo di San Michele, che era stato fondato dal suo predecessore, ebbe una fioritura meravigliosa e diventò il centro propulsore di tutte le iniziative di azione religiosa sociale.

Assiduo come pochi nell'assistenza all'organizzazione affidatagli,ogni sera era il primo ad entrare nella sede e l'ultimo ad abbandonarla.

Così ebbero vita i corsi di conferenze, le recite della compagnia drammatica, l'orchestrina.

La sua casa, anche per le cure della buona sorella, era aperta a tutte le ore della giornata per chi avesse voluto trascorrere del tempo con lui.

A lui in gran parte si deve la costruzione del Salone - Teatro di via Goito, del portico e della palestra.

Fornito di un tatto squisito, seppe convogliare la generosità dei buoni verso le necessità della Parrocchia.

I suoi meriti, veramente insigni, lo segnalarono all'autorità ecclesiastica superiore che ce lo toglieva per darlo come Pastore della Parrocchia di Cinisello dove moriva, vittima della spagnuola, ma più ancora del suo zelo nel 1919

don Giovanni Bandera

(1915-1921)

Giovane e pieno di ardore egli iniziò la sua carriera sacerdotale come Assistente dell'oratorio Maschile e dell'Unione Giovani.

Innamorato della musica e buon cantore, fin dal suo arrivo nel 1913 fondò in Parrocchia una Schola Cantorum che sotto la sua guida diede esecuzione ammirate che aggiunsero splendore alle sacre funzioni.

Divenuto assistente del Circolo S. Michele, proseguì l'opera del suo predecessore con tutte le sue forze; ne abbellì la sede, ne favorì le iniziative culturali e di onesto divertimento, lo guidò nei momenti difficili del dopo guerra.

E come se il campo delle sue fatiche fosse troppo ristretto, egli si occupava anche dei fedeli della Cascina di Poveri a cui ogni domenica impartiva l'istruzione religiosa.

La Cooperativa Agricola lo ebbe tra i suoi promotori e fondatori.

don Cipriano Orsenigo

(1921-1928)

La Parrocchia ha trovato in lui un buon papà per i suoi fanciulli oltre che un organista valente e un pio e zelante sacerdote che la popolazione apprezza nel suo giusto valore.

don Mario Belloli

(1921-1928)

Se lo vedi in mezzo ai suoi figlioli dell'oratorio ti par proprio che viva nel suo ambiente naturale, per quella semplice giovialità ed entusiasmo che lo fanno tanto amare dai suoi giovani, per i quali indifferentemente lavora e si sacrifica.

Negli anni difficili della seconda guerra mondiale e nel diffondersi del fascismo, l'oratorio San Filippo diviene presto un luogo dove abitualmente avvengono riunioni clandestine.

Il contributo di don Mario è ingente: egli infatti ospita molti capi partigiani di passaggio a Busto Arsizio nei locali dell'oratorio e la sua casa è sempre aperta ad ogni ora del giorno e della notte.

Sacerdote di grande umanità, egli è sempre vicino ai suoi giovani, anche quando essi partono per il fronte: molti ricordano le ore passate al tavolino per mantenere rapporti epistolari con i suoi ragazzi.

Don Mario è aiutato da una perpetua la "zia Rosa", donna molto generosa nell'assistere i partigiani ospitati. I documenti riservati li custodisce lei, e soltanto dopo la Liberazione rivela il loro nascondiglio: un buco fatto sotto terra, proprio di fronte alla porta di casa, sopra il quale mette la pattumiera delle immondizie.

Così anche se la terra viene smossa spesso, non si destano sospetti.

don Romano Cesana

(1948-1960)

Appassionato cultore e lettore di libri, si applicò a vari sport, anche i più spericolati; conseguì inoltre il brevetto di pilota di aerei.

Chi veniva avvicinato da quel giovane e magro sacerdote  restava colpito dalla sua comunicativa sorridente.

Il grande oratorio bustese aveva in lui un vero trascinatore, instancabile e pieno di iniziative.

don Marco D'Elia

(1961-1969)

Nel corso della sua lunga permanenza  al San Filippo, saprà trasmettere la sua passione educativa e formativa, attraverso numerose iniziative e progetti, tra cui "Nuova Filip", a molti ragazzi e giovani che manterranno sempre nel cuore il ricordo di quei "favolosi anni '60".

Lasciamogli, riconoscenti, la parola: "Sono stati gli anni più belli della mia vita quelli vissuti al San Filippo dal 1961 al 1969: per i ragazzi incontrati attivi, ironici e proponenti; per il progetto educativo che con gli stessi sono riuscito a impostare

In Seminario avevo ricevuto un'educazione rigida, votata alla totale obbedienza.

È proprio dalla mia reazione a questa educazione troppo stretta che è nata l'idea di Nuova Filip, in contrapposizione, anche in parte, all'Oratorio visto e vissuto solo come gioco e sport.

Nuova Filip è stato un modo virtuale di vivere la città nei suoi aspetti positivi.

Aveva perciò senso la nomina del Sindaco e degli assessorati come scelta democratica, regolata dal voto in assemblea: il Sindaco con la fascia di sei colori (numero dei settori in cui era stata divisa la Città).

Gli assessorati:

• cultura e stampa (il  giornale "Il Filippino")

•culto

•grazia e giustizia

•banca con assegni circolari e al portatore

•borsa

• esteri e missioni

•mercato

•fumettoteca

•sport

Questo, in parte, spiega l'impegno socio-politico che gli ex di Nuova Filip hanno realizzato nella vita.

Certamente il dialogo con la società è stato problematico, ma è riuscito a veicolare principi di vita più consoni alle esigenze evangeliche che i giovani usciti da Nuova Filip non hanno mai rinnegato".

don Mario Caccia

(1969-1970)

II primo test al quale fui sottoposto dai giovani dell'Oratorio, ma me lo dissero dopo, fu la predica che tenni appena arrivato.

Era il giorno dell'esaltazione della Croce, nel Settembre del 1969.

I giovani di quegli anni erano esaminatori severi ed esigenti, ma -così mi dissero- il test fu superato brillantemen­te.

A continuare il test, e a continuarlo per tutto un anno, ci pensò il Padrone della Croce: Quello che quando te la mette davanti al naso non si accontenta di sentirti dire qualche frase un po' forte, ma vuole vedere come te la cavi a tirarla su e a portarla dietro di Lui.

Ogni giorno.

Esiste una strana maledizio­ne cinese: "che tu possa avere una vita interessante" . forse è più semplice dire che una cosa quando è bella costa cara.

E io, all'Oratorio San Filippo, in quei dodici mesi trovai cose bellissime ...

Uscivo dal Seminario dove di quel che stava accadendo nel mondo arrivava l'eco seducente come il canto di una Sirena... uscivo, come un po' tutti allora, con una voglia matta di vedere da vicino tutte queste cose "nuove".

Ero assolutamente imbranato sulle cose pratiche più elementari (non capivo cosa fosse una cambiale ...), ma non me ne importava più di tanto: ogni giorno c'era l'entusiasmo di qual­ che scoperta.

Soprattutto il fascino di una comunità di giovani piena di vivacità e convinta che il mondo era sul punto di essere cambiato.

Certo, col senno di poi si può dire che i ragazzi di allora vedevano "la comunità" e davano per scon­tata "la comunione", cioè l'origine divina che sola può garantire vita e verità alle nostre comunità.

Un richiamo che doveva essere compito soprattutto di noi Preti.

Non mi pare, onestamente, di essermene mai dimenticato, grazie anche ai Confratelli che mi furono maestri preziosi nel Ministero.

Certo che, davanti ad un giardino pieno di ogni genere di piante in prepotente rigoglio, ho preferito talvolta incantarmi davanti alle rose piuttosto che preoccuparmi come avrei dovuto delle erbacce: a modo mio e con tanta ingenuità, attualizzavo la parabola della zizzania e del buon grano...

In tutto il resto della mia ormai non più breve vita di prete ho trovato giovani e meno giovani che mi hanno voluto bene.

Ma in quei primi dodici mesi è stata un'altra cosa: una specie di archè, di inizio su cui si modella tutto quello che viene dopo.

Poi è andata come è andata: non penso sia il caso di mitiz­ zare quegli anni ... ma di ringraziare, sì.

In questa parte della Vigna del Signore, probabilmente in quegli anni più di un colpo di zappa è anda­to fuori mira.

Ma io sono sicuro che il Padrone della vigna ha contato puntigliosamente tutte le gocce di sudore, e soprattutto ha raccolto e deposto nel Suo Tesoro tutto 1'amore di allora, anche quello che agli occhi degli uomini non è riuscito a mostrarsi.

E' il caso di !asciarLo fare: il Signore ha dei modi tal­ volta curiosi di farci sentire che Lui c'è e che "opera meraviglie che non comprendiamo"  (Gb.37,5)

...se non quando cominciamo a diventar vecchi.

1969-1970: un anno solo non è sufficiente a un prete per "lasciare traccia" nella storia di un Oratorio. Sicuramente, una traccia lo ha lasciata indelebile dentro di me.

don Mario Caccia

 don Giuliano Mattiolo

(1971-1984)

In quel febbraio del 1971 preparandomi ad incontrare la comunità parrocchiale di San Michele pen­savo alla prima comunità cristiana di Gerusalemme, formata dagli apostoli, da alcune donne e dalla Madre di Gesù, riunita nella sala al piano primo; ero certo che la comunità di San Michele era in qual­ che modo l'erede di quella comunità.

La Chiesa, nata dal costato di Cristo, come quella apostolica, ancora viva e presente in questa comunità di San Michele che in questi giorni guarda con gratitudine e anche con un sano orgoglio ai suoi 100 anni di storia, 14 dei quali ho avuto la gioia di condividere come responsabile  dell'Oratorio San Filippo.

Guardando indietro sento il bisogno di ringraziare Dio, i sacerdoti e la comunità dei fedeli, un grazie che nasce dal rivisitare la fedeltà di Dio, i momenti più belli e forti che hanno caratterizzato il cammi­no di questa comunità.

Pensando ai miei 14 anni a San Michele, che dire? Se la comunità oggi è anco­ra viva e fedele a Cristo, è una prova che la Chiesa è fondata su Gesù, ed è guidata dallo Spirito Santo.

Noi sacerdoti, ma anche i laici, siamo sempre e solo strumenti, a volte utili, certo mai indispensabili. Alcuni ricordi positivi:

• II primo Consiglio dei genitori dell'oratorio. Scelta assai determinante, oserei dire vincente. L'oratorio non è una passione solo per me prete, ci credo ancora, ma ho lavorato perché lo fosse anche per le famiglie.

• La convinzione che strumenti assai preziosi e utili al servizio del Vangelo e della formazione giova­nile (accanto alla catechesi e alla preghiera e come loro supporto) potevano essere: la cultura- il teatro- lo sport - la musica  - il canto - il tempo libero.

• Le numerose vocazioni sacerdotali e religiose sbocciate in quegli anni sono state la mia grande con­ solazione.

• L'esperienza sacerdotale di San Michele mi ha fatto crescere, maturare.

Nelle responsabilità di par­ roco, alle quali il Vescovo poi mi ha chiamato, sempre ho attinto agli esempi dei sacerdoti-parroci (don Luigi Brambillasca, don Piero Pini) con i quali ho collaborato. Un primo consiglio: sappiate ringrazia­ re Dio per ogni sacerdote che vi viene inviato, attraverso il ministero del Vescovo.

Non pretendete che un prete assomigli ad un altro, non fate confronti inutili, sterili e dannosi.

Ognuno di noi, assieme alla fedeltà al Vangelo (io vi annuncio quello che anch'io ho ricevuto), porta con sé la sua originalità che può essere occasione di crescita per tutta la comunità.

Un secondo consiglio: pensando all'episodio sul lago di Tiberiade, Pietro, sconsolato e smarrito per la morte del suo Signore, dice: "io vado a pescare". Sono solo in sette, Pietro non si scoraggia con le solite parole" ... e gli altri?", "siamo sempre i soliti", "siamo in pochi ...".

Quei pochi, credendoci, hanno permesso a Gesù di compiere il miracolo della pesca. Non lamentatevi, non piangetevi addosso, auguro invece che possiate dire: "E' il Signore che guida i nostri passi, di che cosa abbiamo paura?".

I 100 anni di storia dimostrano ancora una volta che da quei pochi, Gesù ha fatto di San Michele una comunità meravigliosa.

 don Giuliano Mattiolo

don Claudio Scaltritti

(1984-1992)

Dopo otto anni di sacerdozio avevo ben chiaro quanto complessa fosse la realtà da affrontare, ma mi si erano definiti anche alcuni, pochi, punti fermi. Uno di questi, l'educare.

Il semplice fatto di essere invia­to in un Oratorio, non garantiva di per sé tale assoluta priorità.

Si può andare all'Oratorio o inviarci i propri figli o lavorarci per cento ragioni, senza che, tra le prime, ci sia un'autentica passione educativa.

Al rischio di una mentalità che identificava qualità della proposta con l'adesione numerica; di un mini­malismo che puntava ad attirare all'Oratorio più che a qualificarlo; di un attivismo che compromettesse, di fatto, il riflettere, il sostare, il guardare in profondità, ...mi sono sforzato di rispondere puntando primariamente sull'educare.

Attraverso scritti (le "encicliche"), perché era davvero difficile far arrivare a tutti le mie riflessioni, ho cercato di difendere e diffondere la priorità educativa. Ricordo alcune espressioni: "Se il San Filippo è famoso per il Torneo Serale, dovrà diventare famoso perché da qui esco­ no educatori, volontari a diversi livelli, obiettori, preti".

E ancora: "Non credo giusto il criterio "pochi, ma buoni"; dobbiamo lavorare in base al criterio "tutti, ma in ricerca".

E: "l'Oratorio non vuole pren­dervi per i piedi (vedi il calcio), o per il cuore (affinché troviate il vostro nido).

L'Oratorio, spero, non vuole prendervi per i fondelli, ma per la testa, affinché qui possiate trovare proposte e persone che vi aiutino a riflettere e ad aprire gli occhi sulle cose più grandi della vita".

Non sono mancate diverse dif­ficoltà, ma neppure grosse soddisfazioni. Una fra tutte: erano talmente numerosi (circa 150) i giovani che settimanalmente venivano agli incontri di catechesi da dover dividere il gruppo giovanile in 3 sot­togruppi.

Rientrato in Italia dopo 10 anni d'Africa (anche lì ho tentato di mettere in piedi un specie di Oratorio), ho scoperto che la sfida educativa è ancora più urgente rispetto a 20 anni fa.

Provo una gran­ de pena verso molta della nostra gioventù che sta vivendo in tono quanto mai dimesso le enormi poten­zialità di questa stagione della vita. Sempre più mi si sta chiarendo che il vero problema non è la capa­cità di risposta delle nuove generazioni, ma l'assoluta inadeguatezza delle proposte da parte di un mondo adulto più da un punto di vista anagrafico che reale.

C'è bisogno di scienziati, medici, ricerca­tori, politici, preti, ma c'è soprattutto un enorme bisogno di educatori. Non tanto quelli di professione, ma educatori che tentano di essere tali per passione, che si sforzano di trasmettere, "tirar fuori":

• Il gusto del pensare

• Il senso del mistero: l'uomo, la vita, la morte, l'amore, Dio...

• La voglia di incontrare l'altro e non solo di accostarlo

• La ricerca della pace interiore prima e più di tutte le approvazioni ed i piedistalli        sociali

• La fiducia tenace nell'uomo, nel bene e nel Bene come forza interiore contro ogni forma di dispera­zione o rassegnazione

• La convinzione che nessuno è tanto povero da non aver niente da dare o talmente ricco da non aver bisogno degli altri

Potrei continuare.

Preferisco trasformare le riflessioni in preghiera: Signore non far  mancare mai, al San Filippo, veri educatori.

Solo così potrà  continuare ad essere un "grande" Oratorio.

don Claudio Scaltritti

don Luca Raimondi

(1992-2000)

Quando da prete novello  sono stato destinato alla parrocchia  di San Michele Arcangelo in Busto Arsizio, ha avuto un attimo di sorpresa.

Ma come? Io ero già pronto per una parrocchia di periferia di Milano, in una situazione disastrata!

E invece no, dovevo andare a Busto. E poi, a Busto, scopro che tutti si aspettavano un prete di una certa età, con qualche anno di espe­rienza e non un "pivellino" di 25 anni!

Ma forse, allora, la sapienza del vescovo aveva messo in secondo luogo la gestione del teatro Manzoni, le preoccupazioni economiche per l'affitto di parte dell'oratorio ad una strana scuola, e aveva dato priorità ad una sola cosa: i ragazzi !

Già, mi hanno detto di andare a Busto e riempire il cortile di ragazzi e di ragazze e di dare loro l'unica realtà che è la ricchezza della vita di un prete: Gesù Cristo. E io ho cercato di fare solo quello, come sono stato capace.

Ridurre la mia esperienza a Busto al fatto che io sarei stato un magico aggregatone e basta, lo vedo un po' riduttivo.

Mi piaceva aggregare per parlare di Cristo a tutti e in mezzo a tanti sba­gli, questo penso di averlo fatto. Quante ore a confessare in cortile!

A Busto ho imparato che lo studio del prete è in cortile, oppure sotto le stelle in campeggio o per strada mentre ti fai compagno di viaggio di qualcuno.

Del resto mi sembra che ci fosse stato qualcuno che da Gerusalemme ad Emmaus si fece compagno di viaggio di due persone tristi...

Ecco, io al san Filippo ho avuto questa fortuna: vive­re i miei primi passi da prete e sentirmi immensamente fortunato, avere 25 anni e percepire immediatamente che sei un uomo realizzato. Io non posso fare altro che dire grazie all'orato­rio di Busto e a tutti quelli che lo hanno frequentato, allora come oggi.

Grazie perché avete avuto pietà di me, delle mie miserie, delle mie inadempienze. Ma vi assicuro che io ce l'ho messa tutta e del resto al di là di tutto, ogni prete fa quel che può e ci mette tutto se stesso.

Ho cercato di non dimenticarmi mai di essere uomo prima che prete e di ricordare che l'u­manità fondata su Cristo è la verità delle nostre relazioni. L'ho fatto in un sorriso, in una danza, in una bevuta, in una gita, in una preghiera, in una messa, in una festa, in confessionale, in chiesa e fuori di essa.

Certo! L'oratorio è tutto questo. Grazie di cuore, oratorio San Filippo Neri, perché grazie a tutte le persone splendide che ho incontrato, ho sempre avuto la voglia di fare il prete por­tando in giro la follia dell'amore di Cristo.

Questo l'ho imparato all'ombra del colonnato del Neri e nessuno può cancellarlo dalla mia mente e dal mio cuore. Grazie a tutti di tutto.

don Luca Raimondi

don Gian Battista Rizzi

(2000-2009)

Volentieri rileggo il tempo trascorso come sacerdote all'oratorio San Filippo Neri dal 1° luglio 2000 ad oggi, considerando una grazia il poter sostare e rivedere questi anni, contemplando e gustando tanti momenti, per trarne un nutrimento e per mettermi in discussione.

Il primo pensiero e sentimento è quello della riconoscenza: sono grato al Signore per il dono della vocazione! Essere prete è un grande dono, immeritato, di cui forse nemmeno noi preti ci rendiamo completamente  conto.

Sono grato a questa comunità perché, nonostante la mia grande miseria, mi sta aiutando a maturare come uomo, come sacerdote e come credente.

In obbedienza al Vescovo, arrivando all'oratorio ed inserendomi nella storia di questa comu­nità, ho fatto la scelta di proporre e testimoniare innanzitutto il "primato di Dio", origine e senso del nostro essere ed agire.

Ho voluto come priorità pastorale la formazione per favorire quella comunione con Dio (''Ama il Signore Dio con tutto il cuore, tutta la mente, tutte le tue forze" Mt. 22,37) da cui viene la carità e lo stile del Vangelo (''Ama il prossimo tuo come te stesso"Mt. 22,39), educando all'incontro personale con il Signore, da cui viene "il vino nuovo" (Gv. 2) di cui il mondo ha tanta sete.

E questo non con la volontà di formare un'élite ma, al contrario, con il forte desiderio di avere giovani che siano veri discepoli del Signore e quindi testimoni del Vangelo, dentro la famiglia, la cultura, la società, la politica ... nel mondo intero ("Voi siete luce del mondo e sale della terra" Mt. 5).

I veri protagonisti del cammino dell'u­manità e della Chiesa sono i santi: con umiltà e consapevole dei nostri limiti, ho cercato e cerco di educare alla santità, come vera meta di ogni esistenza.

Infine, tenendo conto dei segni dei tempi e guardando avanti, ho proposto la corresponsabi­lità- prima "nell'essere" che "nel fare"- come stile di conduzione delle attività pastorali, di cui la costituzione del consiglio dell'oratorio e la faticosa stesura del progetto educativo sono i segni

Dopo i primi 6 anni di cammino insieme in oratorio., ho chiesto ai giovani di provare a coglie­re e condividere i frutti più belli di quel quinquennio.

La risposta di alcuni giovani è stata fonte di grande gioia e consolazione: "Vengo in oratorio perché qui incontro il Signore, sperimento che Gesù Risorto è Vivo!". A tutti grazie per l'esempio e la pazienza, buon cammino!

don Gian Battista Rizzi

don Gabriele Lovati

(2009-2013)

San Michele e il San Filippo sono stati per me il tempo della seminagione e dei primi germogli, dell'innamoramento che diventa amore o, se siete più sportivi, dell'allenamento che diventa partita splendida.

Arrivato a ottobre 2009 appena ordinato Diacono, ho gustato a pieni polmoni per quattro anni la ricchezza, la generosità, la vivacità e la maturità di questa comunità.

Al San Filippo ho imparato l'importanza tanto dell'annuncio del vangelo alle "folle" quanto quello delicatissimo ma decisivo ai "singoli"; tanto la necessità di un sorriso che rompesse il cinismo o la diffidenza diffusa, quanto il bisogno improrogabile della formazione e promozione dei laici; tanto la dolcezza e la capacità di fidarsi dei bambini, quanto la saggezza e, a volte, l'amarezza degli anziani; tanto la confusione degli adolescenti quanto le potenzialità infinite dei loro cuori; tanto la passione per la vita e per le "nuove strade del Vangelo" di tanti giovani, quanto la fatica degli adulti di ascoltare e percorrere quelle strade, che di primo acchito spaventano.

In tutti ho trovato, però, sincerità e voglia di confrontarsi, capire, camminare, non restare fermi. Sono le uniche vere condizioni della sequela di Gesù.

Insieme abbiamo gioito nell'aprire le nostre braccia, cuori e risorse pastorali alle altre parrocchie del decanato, in particolare agli amici del San Luigi, scoprendoci poi arricchiti noi per primi.

Abbiamo creduto nel progetto di un Centro Giovanile cittadino che desse concretezza a quello che, poco tempo dopo, Papa Francesco avrebbe chiamato "La Chiesa in uscita", che non si lascia arenare dai "si è sempre fatto così", ma sperimenta strade nuove "con prudenza e audacia" insieme, ponendosi in ascolto dello Spirito Santo (Evangelii gaudium).

"Che cosa renderò al Signore per quanto mi ha dato?

Alzerò il calice della salvezza e invocherò il nome del Signore" (Sal 116).

Con un'immensa gratitudine nel cuore per l'amore, la fiducia, le correzioni e gli insegnamenti ricevuti, ho lasciato con fiducia che il sole, apparentemente, tramontasse, certo che sarebbe semplicemente e splendidamente risorto nuovo e splendido in altri modi o da altre parti. Buone continue albe a tutti!

don Gabriele Lovati

don Federico Cinocca

(2013-2017)

L'oratorio è una palestra di vita, una grande casa, un luogo dove crescere, diventare grandi nell'amicizia con Gesù e con i propri fratelli.

L'oratorio è un posto dove poter mettere le radici e alimentarsi al terreno fertile della tradizione che ci viene consegnata dai ragazzi di ieri, per lasciare che i rami crescano esplorando nuovi cieli con coraggio e creatività.

Vivere in oratorio è un'avventura bellissima, sperimentare la bellezza del sentire questo luogo come casa e giardino della comunità riempie la giornata di senso e gioia.

Per questo sono proprio felice di poter muovere qui i miei primi passi nel ministero. Dopo due anni dall'ordinazione sacerdotale (giugno 2014), nonostante le fatiche spesso legate alla comunità adulta che ha sempre bisogno di formazione e conversione, ai ritmi di vita, a volte difficilmente conciliabili con le esigenze di una seria vita comunitaria, penso che la proposta educativa del nostro oratorio sia una sfida che valga la pena accettare.

Per questo sono grato a tutti i bambini, i ragazzi, i giovani e gli adulti che quando entrano al Neri si sentono a casa e contribuiscono a costruire ogni giorno questo luogo perché sia casa per tutti, come dice il nostro motto:

"Qui non esistono stranieri, ma solo amici ancora da conoscere".

Continuiamo così con energia, coraggio e fiducia che non siamo soli!

don Fede

don Alberto Ravagnani (2017/........)

 

Oratorio

San filippo neri

Parrocchia

san Michele Arcangelo

 

via don Albertario,  10

21052 Busto Arsizio (VA)

 

Tel:  0331 625202

 

Fax: 0331 625202

Mail:  info@ilneri.it

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